un lavoro di immedesimazione
supporto alla lettura · sette tappe, sette colori
Questa serata nasce da una scoperta che ha unito alcuni di noi: quella di una serie TV che ormai da diversi anni cattura l’attenzione di milioni di spettatori. La cosa straordinaria è che, per una volta, il protagonista non è un supereroe, il centro non è una storia d’amore particolarmente travagliata o un personaggio buffo, ma è la storia di Cristo.
The Chosen è nata nel 2017 da un’idea del regista Dallas Jenkins ed è diventata il più grande progetto cinematografico finanziato tramite crowdfunding (raccolta fondi dal basso) nella storia. Racconta la vita di Gesù focalizzandosi soprattutto sullo sguardo di chi lo ha incontrato e scelto di seguirlo.
Guardando la serie, ci siamo resi conto che — proprio come accade con molti altri linguaggi, pensiamo alla musica classica, a un bel quadro o a un canto — anche il cinema, se pensato per servire uno scopo alto, può diventare uno straordinario strumento di immedesimazione.
Ed è proprio con questo obiettivo che stasera vi proponiamo un percorso: un itinerario che prova a unire i brani del Vangelo e i commenti di don Luigi Giussani ad alcune scene di The Chosen che portano sullo schermo gli stessi episodi.
Prima di iniziare, è necessaria una piccola puntualizzazione: nelle scene che vedremo ci sono parti fedeli ai testi evangelici; tuttavia, laddove il Vangelo non si esprime, il racconto viene arricchito da «ipotesi» plausibili. È un metodo che non deve stupirci: era lo stesso utilizzato da don Giussani quando, ad esempio, ipotizzava cosa potesse essere accaduto a Giovanni e Andrea una volta rientrati a casa, dopo aver visto Gesù e aver trascorso le prime ore insieme a Lui.
l’annuncio · la pesca miracolosa
Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Questo primo brano del Vangelo, in The Chosen, è collegato con un altro brano bellissimo.
Mentre la folla faceva ressa intorno a lui per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì su una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche a tal punto che quasi affondavano.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.
Possiamo immaginare reazioni e tutto; sta di fatto che Andrea conduce Simone da Gesù. Pensiamo a Simone, lì, carico di curiosità davanti all’individuo di cui il fratello ha detto: «È il Messia». Si sente guardato, e si sente dire: «Tu sei Simone, figlio di Giovanni; ti chiamerai Pietro».
L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, cap. IV, pp. 54-55
Stagione 1 · Episodio 4 · dal min. 20, poi dal min. 28 alla fine
Andrea dice a Pietro di aver incontrato il Messia; poi, sulla parola di quello sconosciuto, Simone prende il largo. Sullo sfondo compare anche la figura di Matteo.
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Quanto più allora uno condivide la vita di una persona tanto più è capace di certezza morale a suo riguardo, perché la congerie di indizi si moltiplica. Così è stato per Gesù. Allora la sua bontà, la sua intelligenza, la sua tremenda capacità introspettiva, la possibilità prodigiosa di governo delle cose, la naturalezza della sua attitudine al miracolo sono, per chi vive con lui o per chi sa prestargli vera attenzione, tutti indizi che via via si moltiplicano e si approfondiscono, indizi che fanno restare a «bocca aperta», indizi che provocano una domanda cui non si sa rispondere ma cui si deve rispondere.
L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, cap. VII, p. 85
le nozze di Cana
Stagione 1 · Episodio 5
Maria si accorge dell’imbarazzo degli sposi. L’acqua diventa vino: il primo dei segni.
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Tre giorni dopo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano attinto l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto il vino buono fino ad ora». Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. Dopo questo fatto scese a Cafàrnao, insieme con sua madre, i fratelli e i suoi discepoli e si fermarono colà pochi giorni.
Il miracolo delle nozze di Cana – questo strano portento per cui alla fine del pranzo l’acqua è divenuta vino – è una delle pagine più significative della concezione che Gesù ha della vita: qualsiasi aspetto dell’esistenza, anche il più banale, è degno del rapporto con Lui e quindi anche del suo intervento. Ogni tipo di evento è determinante, cioè rivelatore, proprio per la specifica e unica caratteristica del fatto «Gesù», la cui azione nei confronti dell’umano si realizza in una estrema e dettagliata concretezza, in ogni aspetto della vita, autorivelando così in progressione il suo stesso essere. Secondo le costumanze giudaiche – nota Schnackenburg –, se la sposa era alle prime nozze, la festa durava una settimana. Ci si preoccupava d’avere vino a sufficienza, perché in occasione della festa se ne beveva abbondantemente. Si era soliti fare regali di nozze, anzi era lecito pretenderli dalla maggior parte dei convitati. Perciò è comprensibile l’imbarazzo del padrone di casa quando venne a mancare il vino.
La madre di Gesù, Maria, con un’attenzione e una sensibilità che certo la familiarità col figlio le avevano insegnato (ricordiamo che non doveva avere più di 15 o 16 anni più di lui), si accorge di quell’imbarazzo e lo comunica a Gesù. Ed egli interverrà. L’evangelista conclude poi così il racconto di quest’episodio: «E i suoi discepoli credettero in lui». Verrebbe da stupirsi di fronte a questa frase. Non avevamo appena visto, nel capitolo precedente, che i discepoli avevano già «creduto in lui»? È invece questa la descrizione psicologicamente perfetta e precisa di un fenomeno usuale per tutti noi. Quando si incontra una persona importante per la propria vita, c’è sempre un primo momento in cui lo si presente; qualcosa dentro di noi è messo alle strette dall’evidenza di un riconoscimento ineludibile: «ecco, è lui», «ecco, è lei». Ma solo lo spazio dato al ripetersi di questa documentazione carica l’impressione di peso esistenziale. Solo cioè la convivenza la fa entrare sempre più radicalmente e profondamente in noi, fino a che, a un certo punto, diviene certezza. E questa strada di «conoscenza» riceverà nel Vangelo ancora molte conferme, avrà cioè bisogno di molto sostegno, tant’è vero che quella formula «e i suoi discepoli credettero in lui» si trova più volte ripetuta, fino alla fine. Quella conoscenza sarà una persuasione che avverrà lentamente e nessun passo successivo smentirà i precedenti: anche prima avevano creduto. Dalla convivenza deriverà una conferma di quella eccezionalità, di quella diversità che fin dal primo momento li aveva percossi. Con la convivenza tale conferma si ingrandisce.
L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, cap. V, pp. 57-58
l’emorroissa
Stagione 3 · Episodio 5
Dodici anni di malattia, tutti gli averi spesi coi medici — e un solo gesto, nella folla.
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Ora una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». E all’istante le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era guarita da quel male. Ma subito Gesù, avvertita in se stesso la forza che era uscita da lui, volgendosi alla folla disse: «Chi mi ha toccato il mantello?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?». Egli guardava attorno per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Gesù le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Quella povera donna che da dodici anni perdeva sangue, che aveva consumato tutte le sue sostanze coi medici, e andava sempre peggio… ha dovuto mettere da parte le opinioni delle comari e di tutto il popolo, quello che aveva letto della legge di Dio, doveva vincere i suoi rimorsi e le sue vergogne e far prevalere solo il desiderio. E andava dritta, dritta tra la folla, dritta verso una sola meta, un solo obiettivo: toccarLo, gridare a Lui: «Aiutami!». Quanto bisogna che questo io umano sia grande, quanto bisogna che questo io umano sia immenso, per aver spostato tanto mondo, disturbato tanto mondo, così gran mondo, il mondo dell’infinito. Un Dio si è mosso, un Dio si è disturbato!
cfr. Ch. Péguy, Clio, citato da L. Giussani (La Thuile 1992); ripreso nel Triduo pasquale di GS 2017
la figlia di Giairo
Stagione 3 · Episodio 5
Nella casa dove tutti piangono e deridono, entra la Vita.
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Mentre diceva loro queste cose, giunse uno dei capi, gli si prostrò dinanzi e disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed essa vivrà». Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli. Arrivato poi nella casa del capo e visti i flautisti e la folla in agitazione, Gesù disse: «Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma dopo che la folla fu cacciata via, egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. E questa notizia si diffuse in tutta quella regione.
Che l’uomo non sia fatto per la morte lo dimostra il fremito di sdegno o l’immediata ribellione che l’esperienza della morte genera in noi. Gesù si imbatte in questa obiezione suprema della realtà e vi risponde con una commozione che è l’espressione più pura del Suo amore all’umano. Davanti alla folla che fa strepito e piange, Egli impone il silenzio, caccia il cinismo e ridefinisce la realtà stessa: «Non è morta, dorme». Questa non è un’illusione sentimentale; è il realismo di Dio. Cristo non agisce come un mago, ma ristabilisce la verità della creazione: la vita è l’ultima parola, non la morte. Prendendo per mano la fanciulla, Egli dimostra che il Mistero è entrato nella carne per ridonare all’uomo la sua interezza. La fede non è un’idea da difendere, ma lo stupore davanti a questo Uomo che entra nella stanza della nostra disperazione e dice: «Alzati».
commento redazionale, ispirato a don Giussani
il paralitico calato dal tetto
Stagione 1 · Episodio 6
Quattro amici, un tetto scoperchiato — e uno sguardo che arriva prima della guarigione.
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Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola. Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati».
Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?». Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino – disse al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua». Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».
Quel primo gruppetto prende sempre più l’abitudine di accompagnare Gesù quando Lui incomincia a parlare nei villaggi, nelle piazze, nelle case.
Un giorno lo hanno invitato a mangiare in una casa sulla cui soglia preme una piccola folla di gente che lo ascolta. E Gesù si attarda, quasi che a stento riesca a staccarsi da chi sta attento alle sue parole. In prima fila si sono messe le autorità del luogo: da poco aveva iniziato il suo itinerario pubblico, ma già chi deteneva un certo potere era in allarme. Mentre sta parlando arrivano di corsa degli uomini che trasportano un paralitico adagiato su una stuoia. Vorrebbero arrivare fino a Gesù, ma la gente lo impedisce. Allora prendono l’iniziativa di aggirare la casa, salire col malato sul tetto, rimuoverne una parte per creare un varco da cui calarlo direttamente all’interno, alle spalle di Gesù. Questi si volta e lo guarda. Immaginiamo come quell’uomo deve essersi sentito guardare, per sentirsi dire da Gesù: «Confida, o figlio, i tuoi peccati ti sono rimessi». La reazione dei notabili presenti è immediata: nessuno può rimettere i peccati, solo Dio. Ma Gesù distogliendo lo sguardo dall’infermo fissa coloro che gli stanno obiettando e: «è più facile dire a un uomo: ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire a lui: alzati e cammina? Perché sappiate che io ho il potere di rimettere i peccati, dico a te: alzati, prendi il tuo lettuccio, e cammina!». E quello si alzò fra il grido comprensibile della gente.
Proviamo ora a pensare a un gruppetto di persone che per settimane, mesi, anni hanno vissuto tutti i giorni cose di questo genere. Quei primi amici, e altri che si sono aggiunti, assistono quotidianamente e sempre di più alla eccezionalità, alla esorbitanza di quella personalità.
Ciò che colpisce non è solo il ripetersi del fatto che i prodigi riempiono addirittura la sua giornata. Le cose, il tempo e lo spazio gli obbediscono senza nessun apparato «magico». Egli ottiene ciò con una manipolazione della realtà del tutto «naturale», come chi è padrone della realtà stessa. Il Vangelo nota che giungeva a sera «stanco di guarire», avendo esercitato senza interruzione il suo potere sulla realtà fisica. Ma non era questa la cosa più impressionante. […] Il miracolo più grande, da cui i discepoli erano colpiti tutti i giorni […] era uno sguardo rivelatore dell’umano cui non ci si poteva sottrarre. Non c’è nulla che convinca l’uomo come uno sguardo che afferri e riconosca ciò che esso è, che scopra l’uomo a se stesso.
L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, cap. V, pp. 59-62
il tributo a Cesare
Stagione 5 · Episodio 3 · dal min. 25
Farisei ed erodiani tendono a Gesù la trappola del tributo: qualunque risposta sembra condannarlo.
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Mandarono da Gesù alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso. Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?»
Gli uomini di potere sanno che, da sempre, la politica è un terreno scivoloso. Scelgono questo tema per cercare di cogliere in fallo Gesù. Ed, ancora una volta, la situazione più difficile diventa per il Signore non una realtà da rifiutare e da fuggire, bensì un’occasione per amare e per testimoniare la verità del Padre e dell’uomo.
L’affermazione «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio» (Mc 12, 17) – una dichiarazione che cambierà il volto della storia tutta dell’umanità e che fonderà per sempre la laicità vera del potere – viene espressa in un momento di esplicita persecuzione nei confronti del Cristo, mentre cioè si sta tramando la sua morte. Anche qui nessun istante della vita del Signore va perduto. Egli è «la Parola»!
La domanda sembra senza possibilità di scampo: «È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Se Gesù rispondesse che è lecito, ecco che sarebbe facile accusarlo di essere un uomo compromesso con il potere romano, uno che non prende le distanze dal nemico che toglie la piena libertà al paese, uno che è connivente con una situazione di ingiustizia nella quale tanti sono costretti.
Ma se rispondesse che non è bene pagare le tasse, ecco che egli potrebbe essere facilmente fatto passare per uno dei tanti rivoluzionari ostili all’autorità dei quali pullulava allora la Giudea, uno di quelli dai quali è bene guardarsi perché non si sa dove possono condurre gli animi eccitati del popolo, uno di quelli che di fatto porteranno Gerusalemme alla rovina attraverso le due guerre giudaiche.
Solo uno sguardo superficiale potrebbe etichettare la risposta di Gesù come furba, come prudente, come un escamotage per sfuggire al dilemma. In realtà essa scava nel profondo, segnando il passo di ogni futura discussione su Dio e sull’uomo.
Gesù, domandando che gli sia mostrata la moneta del tributo, obbliga, innanzitutto, i suoi ascoltatori a manifestare che essi fanno uso del denaro e proprio di quelle monete con le quali vorrebbero incastrarlo.
È una straordinaria lezione di realismo. L’uomo, ovunque si trovi, intrattiene relazioni con altri uomini tramite costituzioni, leggi, pesi e misure, quantificazioni economiche, equilibri di potere: è un «animale sociale» ed ha bisogno della società per vivere.
A partire dall’insegnamento del Signore il cristianesimo ha imparato a rigettare l’anarchia e l’utopia di abolire le istituzioni, perché lo Stato è necessario nel tempo transitorio della storia.
L’uomo che è debole, a motivo del peccato e del peccato originale, non saprebbe governare se stesso senza una strutturazione istituzionale della società. Paolo trarrà le giuste conseguenze da questo rifiuto dell’anarchia dichiarando nella lettera ai Romani che l’autorità è da Dio, non nel senso che i governanti sono scelti di volta in volta dall’Onnipotente e nemmeno nel senso che le loro decisioni esprimono il volere divino, ma, molto più essenzialmente, nel senso che Dio vuole che esistano strutture politiche, in quanto necessarie all’ordinata convivenza degli uomini.
In questo modo Gesù annuncia che il regno di Dio non è realizzabile in pienezza in terra e che un tentativo di schierarsi dalla parte dell’utopia equivarrebbe alla più grande delle ingiustizie e delle prevaricazioni, come la storia dei totalitarismi di destra e di sinistra del secolo passato ha dimostrato. La politica è il luogo delle mediazioni possibili, ma necessarie. I farisei e gli erodiani interrogano Gesù sul tributo, ma non mettono minimamente in questione l’utilizzo di quelle monete che proprio l’imperatore ha coniato, con la propria iscrizione ed immagine, e senza le quali non sarebbe loro possibile alcuno scambio economico.
Ma è la finale della risposta a creare la sorpresa più significativa: «E rendete quello che è di Dio, a Dio» (Mc 12, 17). Ancora una volta Gesù senza il Padre sarebbe incomprensibile. Sempre a Lui egli riconduce i suoi ascoltatori. Essi, con grande disinvoltura – ed, in fondo, a ragione – fanno uso delle monete di Cesare, riconoscendo di fatto che senza qualcuno che governi non si può vivere.
E, di fatto, essi danno a Cesare ciò che è suo. Avviene lo stesso con Dio? Essi lo riconoscono come uno che deve essere preso in considerazione, come colui che è Signore delle cose sue? I farisei e gli erodiani hanno dinanzi a sé non solo le monete con le immagini dell’imperatore, ma hanno davanti soprattutto il Figlio che porta l’immagine del Padre. Cosa faranno di lui? Cosa faranno di Colui che appartiene come cosa propria a Dio stesso?
Una esigenza diversa da quella politica si manifesta qui: quella di riconoscere Dio ed il suo inviato come tali. Dio è Signore ben più importante di Cesare, eppure di Cesare accettano la presenza, di Dio essi rifiutano il Figlio!
Non solo il Cristo stesso, ma anche l’uomo è segnato dall’immagine divina, come già Israele aveva da sempre saputo. Quell’immagine impressa che segna la differenza fra l’uomo e l’animale, quell’icona visibile dell’invisibile che esprime la possibilità che solo l’uomo ha di essere in relazione libera, e quindi amorevole, con i suoi simili e con Dio stesso: «A immagine di Dio lo creò» (Gen 1,27).
Ecco il limite della politica ed ecco anche il suo fine. Essa non fonda i diritti dell’uomo, ma deve ad essi inchinarsi e servirli. Il compito dell’agire politico è quello di riconoscere la dignità dell’uomo e servirla. Perché i diritti umani hanno origine dalla dignità dell’uomo stesso che gli deriva dalla sua origine divina.
È in vista di questo servizio che il potere ha la sua necessità ed il suo senso nella storia umana. Di quell’immagine non si può fare «negozio», perché non può essere comprata o venduta, perché non appartiene al novero delle cose materiali ed economiche: essa è, invece, senza prezzo, è di un valore inestimabile, è cosa di Dio stesso. È la dignità inalienabile dell’uomo che Gesù fa apparire.
La politica è così accolta, ma insieme demitizzata. Il dialogo con i farisei e gli erodiani indica da quel momento e per sempre la laicità della politica, la sua bontà e necessità, ma anche fornisce gli strumenti per opporsi al potere politico ogni volta che questo chiederà l’obbedienza assoluta, mettendosi al posto di Dio e negando la dignità dell’uomo.
da gliscritti.it
Giuda e Pietro
Giuda
Stagione 5 · Episodio 4 («La stessa moneta»)
Il faccia a faccia tra Gesù e Giuda: presto dovrà decidere a chi appartenere.
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L’annuncio cristiano è un uomo che, mangiando, camminando, consumando normalmente la sua esistenza di uomo ha detto: «Io sono il vostro destino», «Io sono Colui di cui tutto il Cosmo è fatto». È obiettivamente l’unico caso della storia in cui un uomo si sia non genericamente «divinizzato» ma sostanzialmente identificato con Dio. Dal punto di vista della storia del sentimento religioso dell’umanità occorre osservare che la genialità religiosa dell’uomo quanto più è grande tanto più percepisce, sperimenta, la sua distanza da Dio o la supremazia di Dio, la sproporzione tra Dio e l’essere umano. L’esperienza religiosa è proprio la coscienza vissuta della piccolezza dell’uomo, della incommensurabilità del mistero. Si narra che san Francesco fu sorpreso nei boschi della Verna, carponi con la faccia immersa nel sottobosco, a ripetere: «Chi sei tu? Chi sono io?», stabilendo così la differenza abissale tra i due poli, l’uomo e Dio, che creano il fascino del sentimento religioso. Quanto più questo sentimento è profondo, quanto più è come un fulmine che scocca potente, luminoso e bruciante, tanto più l’uomo sente la differenza di potenziale tra questi due poli. Quanto più un uomo ha il genio del religioso tanto meno sente la tentazione di identificarsi col divino. L’uomo può sì agire «fingendosi» dio, ma teoricamente è impossibile concepire una identificazione. L’uomo non può strutturalmente identificare la sua evidente parzialità con il tutto, eccetto che per una clamorosa, manifesta patologia. Il dinamismo normale dell’intelligenza è impossibilitato a questa tentazione, perché ogni tentazione dovrebbe, per sussistere, prendere lo spunto da una verosimiglianza, da una parvenza di possibilità; e che l’uomo si concepisca realmente Dio è senza verosimiglianza, senza parvenza di possibilità.
L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, cap. III, p. 42
Pietro
Stagione 4 · Episodio 8 (finale)
La frase di Pietro — «Tu solo hai parole…» — che nella serie è collocata alla vigilia della salita a Gerusalemme.
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Psicologicamente la frase di Pietro è l’applicazione dell’osservazione che abbiamo già fatto sulla certezza esistenziale o morale. Quell’atteggiamento è infatti profondamente ragionevole. Sulla base della convivenza con l’eccezionalità dell’essere e degli atteggiamenti di Gesù quel gruppetto non poteva non affidarsi alle sue parole. Avrebbero dovuto negare un’evidenza più persuasiva di quella dei loro occhi: «Se non posso credere a quest’uomo, non posso credere a nulla». La continua reiterazione che la convivenza realizzava di questa impressione di eccezionalità determinava un giudizio di ragionevolissima plausibilità del loro affidarsi a lui. Nel tempo essi hanno acquistato su quell’uomo una certezza senza paragoni.
Certo, il balenare di quell’eccezionalità nella folla che andava a vederlo per curiosità o per tornaconto e poi se ne andava senza affrontare quanto li aveva sfiorati non poteva determinare alcun giudizio degno di essere chiamato tale. Il giudizio richiede di affrontare l’esperienza includendovi il tempo della sua «durata». Senza il tempo di questa convivenza l’oggetto reale resta inconoscibile, mentre la certezza morale, quella che nasce da una spalancata disponibilità, fedele nel tempo, è la culla di un’esistenza ragionevole.
L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, cap. V, § 3 «Un caso di certezza morale», pp. 68-69
Uno dei due si chiamava Andrea. Incontra suo fratello Simone e gli dice: «Abbiamo trovato il Messia». Bene: due persone vanno a casa di uno sconosciuto, vi trascorrono mezza giornata e non ci viene detto né che cosa hanno fatto né che cosa hanno detto. Quello che sappiamo è che uno dei due, tornato a casa, dice al fratello: «Abbiamo trovato il Messia». C’è una inaudita naturalezza in questo racconto. Sono stati là fino a scordarsi che giungeva l’ora in cui i loro compagni sarebbero usciti a pescare, la sera, sono stati là e hanno raggiunto quella certezza che hanno comunicato. I passi intermedi non sono descritti… Noi possiamo solo vederli, l’indomani mattina, là dove i pescherecci fanno ritorno, sulla spiaggia ad aspettare quelli che sono andati al lavoro senza di loro, e per prima cosa uno dei due dice al fratello che è sulla barca: «Abbiamo trovato il Messia».
L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, cap. IV, p. 54